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Dibattito su mozione 1-340 Bersani e altri: misure urgenti per contrastare la crisi economica in atto

17 Marzo 2010


Signor Presidente, Signor Ministro, Onorevoli deputati!

Desidero intervenire sulla mozione Bersani per concentrarmi sulla proiezione del sistema produttivo italiano nella crisi e nella globalizzazione. Una crisi che tutt’oggi appare azzardato considerare come un evento ormai alle nostre spalle.

Non possiamo fare a meno di constatare come i così detti “bad assets” – i titoli “tossici” causa prima della crisi – siano tuttora presenti negli attivi di bilancio delle più grandi istituzioni finanziarie colpite, e come inducano in tal modo una perdurante fragilità e instabilità dei mercati finanziari.

Inoltre, volendo includere nell’analisi l’aumento della selettività nell’erogazione del credito da parte del sistema, si comprende facilmente come la tendenza all’inversione del ciclo economico che si era affacciata a partire dagli ultimi mesi del 2009, non solo non possa considerarsi acquisita, ma anzi determinerà un trend economico significativamente più basso rispetto ai livelli pre-crisi, almeno nel nostro Paese.

Il Fondo Monetario Internazionale ha messo chiaramente in luce come si stia compiendo un “passaggio del testimone” tra le economie dell’Occidente e quelle di Asia e Brasile.

Non si tratta solo di geopolitica e di degenerazione della speculazione finanziaria ma di fenomeni di portata talmente vasta da rappresentare scelte vincolanti nei piani strategici delle imprese, le cui assunzioni di budget scontano:

- un mercato europeo sostanzialmente stabile o regressivo

- i mercati asiatici e quello brasiliano, in forte crescita

- la regione dell’Africa orientata verso una dinamica positivo

- un consumatore statunitense selettivo, sensibile ai prezzi, alla qualità, all’innovazione tecnologica, alle nuove frontiere della “green economy” e del risparmio energetico

Tutto ciò detto, non è pensabile che le scelte di riposizionamento produttivo possano essere determinate esclusivamente dalla “meccanica” selettiva del mercato.

La complessità e la rilevanza sociale delle scelte determinanti il futuro industriale dell’Italia impongono assunzioni di responsabilità, fortemente impegnative, al nostro Parlamento e al vostro Governo, i quali, insieme, non possono non esercitare un ruolo di guida e di regolazione dei naturali processi di ristrutturazione indotti dal mercato, soprattutto in presenza di una crisi sistemica come quella che stiamo attraversando.

Solo così possiamo definire le premesse giuste, capaci di avviare una grande “ristrutturazione” del nostro sistema industriale e manifatturiero, unico strumento questo per uscire dalla crisi epocale che stiamo vivendo realmente più forti, consentendo alle nostre imprese di competere su scala globale e all’Italia di frenare la perdita di peso economico, industriale e produttivo che ha purtroppo caratterizzato tutta la prima fase della globalizzazione.

È tuttavia cruciale la scelta del punto di “attacco”: pur riconoscendo i meriti fondamentali della piccola impresa non ci è consentito di rispondere ai profondi cambiamenti della geografia economica, delle produzioni e delle competenze semplicemente “ammortizzando” in modo passivo l’enorme valore costruito nel tempo dalla piccola impresa, e lasciandola nei fatti in una preoccupante solitudine.

La capacità dell’impresa, sia nel breve che nel lungo termine, di far fronte ai propri impegni finanziari, di sostenere gli investimenti, di stabilizzare strategie di espansione delle vendite e delle quote di mercato, di mantenere redditività e capacità di sviluppo è oggi sempre più determinata dalla sua solidità patrimoniale e finanziaria.

Oggi dunque la priorità ineludibile consiste nel rendere più robusta la capitalizzazione delle nostre aziende.

La crisi ha colpito tutti e la capacità di resistenza ha diviso le imprese solide da quelle fragili, al di là delle dimensioni relative.

La proiezione dell’impresa italiana tra crisi e nuova globalizzazione evidenzia che la questione di fondo sta oggi nella capacità di investire sul futuro, puntando su profonde innovazioni, su nuove organizzazioni, prodotti, marchi, alleanze internazionali; sulla capacità, soprattutto per i più piccoli, di trasformarsi da produttori in imprenditori e passando, in casi assai diffusi, da forme elementari a strutture organizzative più evolute e policentriche.

Il nostro modello di capitalismo, fondato sulle famiglie imprenditoriali, può farcela a vincere sfide così delicate solo se si dimostrerà capace di aprirsi ai mercati a più forte crescita; se si dimostrerà capace di aprire le “porte” dell’azienda a nuove competenze manageriali, ad una finanza più diversificata, ad un rinnovato rapporto con il sistema bancario, alla gestione strategica del passaggio generazionale.

Spinta da queste mutazioni, è acquisita, a partire dalle analisi basate sull’indice s&p 500, la capacità delle imprese familiari di sovraperformare rispetto ad ogni altra struttura proprietaria.

In conclusione, signor Presidente, sono convinto che all’uscita dalla crisi il capitalismo italiano avrà di fronte una sfida dall’esito terribilmente incerto.

Si profilano nei prossimi anni opportunità probabilmente uniche, che potranno essere colte soltanto a prezzo di cambiare radicalmente quello stesso modo di fare impresa che ha determinato il successo delle nostre migliori imprese.

Sono queste le sfide delle aziende e dei loro lavoratori.

Sono queste le responsabilità della politica.

Queste le nostre responsabilità.

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