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DDL di conversione del decreto-legge n. 2/2010: Interventi urgenti concernenti enti locali e regioni (A.C. 3146-A)

10 Marzo 2010


Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli deputati, questo decreto-legge sugli enti locali, sul quale il Governo ha ritenuto di porre la questione di fiducia, appare per alcuni versi singolare e al tempo stesso inspiegabile. La rigidità che ne contraddistingue l'approccio sembra, infatti, non tener neppure lontanamente conto del particolare momento di difficoltà attraversata dal nostro Paese, né dello stato di grave crisi economica e finanziaria che colpisce molti comuni, province e regioni e che è il risultato di scelte politiche fortemente penalizzanti e stratificatesi nel corso del tempo.

Nell'illustrare questo ordine del giorno, intendo in particolare riferirmi all'inadeguata copertura del mancato gettito derivante dalla soppressione dell'ICI sulla prima casa, che è stata - come sappiamo - estesa anche a quei soggetti teoricamente non necessitanti di questa manovra, che ha impattato pesantemente sulle finanze pubbliche del nostro Paese. Intendo riferirmi al blocco dell'autorità impositiva degli enti territoriali, al taglio di trasferimenti erariali e dei fondi destinati alle politiche sociali, alle regole fortemente restrittive del Patto di stabilità interno.
Il decreto-legge n. 112 del 2008 ha imposto agli enti locali un contributo alla manovra finanziaria di 1.650 milioni nel 2009, di 2.900 milioni nel 2010 e di 5.140 milioni nel 2011: un obiettivo questo talmente stringente da implicare il rischio per molti enti di non riuscire a rispettare il Patto di stabilità interno e tale quindi da determinare, mediante un effetto a catena, un'ulteriore contrazione della spesa per investimenti e dunque una sorta di evaporazione del ruolo di sostegno all'economia dinanzi alla crescente stagnazione produttiva.

Tuttavia, nel 2008 il deficit, al lordo degli investimenti dei comuni, si è ridotto di oltre un miliardo e 200 milioni di euro e nel 2009 i comuni dovrebbero essere riusciti a ridurre ulteriormente il proprio deficit di altri 300 milioni di euro circa. È proprio qui che scatta il paradosso perché, nonostante questi comportamenti virtuosi, in ragione del quadro finanziario imposto dal Governo, i comuni italiani sono costretti a tagliare gli investimenti proprio nel momento in cui il Paese manifesta la forte esigenza di attivare quell'effetto moltiplicatore che le opere medio-piccole producono sul sistema economico e sull'occupazione nel loro complesso. Un impatto questo che risulterebbe sorprendentemente più urgente e immediato di quello di grandi infrastrutture, distribuito in modo diffuso e di cui le imprese del territorio potrebbero trarre grande beneficio.

Inoltre, tanto per non farci mancare i soliti lacci e lacciuoli all'italiana, molti enti locali che dispongono di risorse economiche per finanziare opere già progettate, facilmente cantierabili o addirittura già cantierate, sono costretti incredibilmente a non procedere a causa di quei vincoli imposti dal Patto di stabilità che bloccano gli investimenti locali. Quegli stessi vincoli che impediscono il pagamento dei lavori già eseguiti ovvero il proseguimento delle opere appaltate e in corso di realizzazione. Questa è una sorta di malcostume tutto e solo italiano che mi pare francamente non più tollerabile, soprattutto in una fase come quella che stiamo attraversando. 

Se davvero esistono, come la procedura del decreto-legge implica, criteri di necessità e di urgenza, allora non possiamo che riferirci ad un aspetto di civiltà giuridica e di efficienza economica insieme: dobbiamo consentire cioè agli enti locali di pagare i debiti che hanno nei confronti di piccole e medie imprese. Non è quindi pensabile né accettabile che le imprese, abituate a confrontarsi quotidianamente con le difficili prove del mercato, debbano correre anche il rischio di fallimento a causa delle difficoltà ad incassare crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione. Eppure è quello che succede in un Paese che impedisce di spendere anche a chi è nelle condizioni di farlo.

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